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Allattare è un gesto d’amore…di stocxxxo.

Allattare è un gesto d’amore…di stocxxxo.

Una madre che allatta al seno, l’immagine immacolata di una Madonna intenta a donare la vita, l’amore liquido come molti lo chiamano.
Il dono più prezioso che una donna possa fare al suo bambino, e altre discorsi simili.

Sono bellissimi pensieri, molto filosofici e anche stimolanti in alcuni casi, perché le future mamme vengono spronate ad impegnarsi e a dare il meglio di sè in questa delicatissima fase della maternità.
Gli sguardi tra la madre e il bambino che si allacciano in un nodo infinito, la corale degli angeli che intona una dolce melodia, una luce sacra che avvolge questa figura divina…

Ripeto, tutto bellissimo sì.

Ma volete davvero sapere di cosa si tratta in realtà?
Tenetevi forte perché rimarrete sconvolti, soprattutto i più puri di cuore, quelli che non accettano di vedere una donna che allatta in pubblico perché è un gesto SACRO e come tale va compiuto nelle più segrete delle alcove come un rituale mistico al quale pochi prescelti (il marito forse) possono assistere.
Lo dico eh…
È CIBO! SOLO CIBO! Si tratta di dar da mangiare a un bambino che per quanto tenero e irresistibile trasformerà il tutto nel più terribile prodotto da pannolino.


Avete stracciato le palle con sta storia del gesto intimo, della privacy, del divino che rappresenta una madre che allatta.
Sta dando da mangiare!!! Come se lo facesse con un biberon, né più né meno.
Successivamente gli darà il passato di verdure che inevitabilmente il putto sputacchierà ovunque e gli si appiccicherà tra i capelli, dentro le orecchie e per terra. Quello fa schifo e fa passare l’appetito, non una porzione di pelle che avete indovinato essere un seno.
Che palle!!!
“Ah, ma io non faccio la cacca in pubblico, né tiro fuori il pisello.”
Ma siete impazziti tutti quanti?? Stiamo parlando della stessa cosa???
Allattare un bambino o svuotare l’intestino “non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport” (cit).

Poi c’è il genio che dice: “approvo l’allattamento in pubblico, ma se fatto con pudore.”

Ma che vuoi dire??? Cioè che se ho una quinta di seno sono una sporcona vergognosa, mentre se rimango nella mia scarsa seconda posso farlo perché inevitabilmente si nota meno?

Ci sono bambini che restano immobili per l’intera poppata, altri che ogni 10 secondi mollano la presa. Orrore si vede un capezzolo per un battito di ciglia. Eh, capita, amen!

Il senso del pudore è molto personale e ci sono mamme che preferiscono organizzarsi le giornate con i lattanti in modo da non dover allattare in pubblico, o comunque cercano di stare da sole o si coprono con quelle strane tovaglie con il buco per la testa. Va benissimo, scelta personale non opinabile. Non sono né migliori né peggiori di altre.

Io allatto da 4 anni e mezzo e forse sì, la prima settimana sono stata a guardare con gli occhi a cuoricino quello che stava succedendo, più che altro per capire come funzionava.
Ma poi ho scoperto di essere multitasking: mentre allattavo ho cominciato a mangiare, camminare, passare l’aspirapolvere, parlare al cellulare, leggere un libro, scrivere messaggini, navigare su internet… andare al bagno…( confessate, non sono l’unica), pagare una bolletta, fare la spesa, fare la fila, giocare con l’altro figlio, farmi le unghie, andare dalla parrucchiera, lavorare, dormire…

Ho usato il seno come ciuccio, come soluzione a pianto inconsolabili, come premio e come oggetto di trattative.

Sempre, ovunque e comunque.
Eh sì sono un’esibizionista cosa volete farci! Non vedo l’ora di accaparrarmi qualche occhiata dal passante di turno mentre abbasso la spallina del vestito.
Anzi, adesso la cosa è ancora più soft porno perché ho un ragazzino di due anni e mezzo che cerca di togliermi la maglietta. Golosissima scena per gli appassionati del genere.
E invece.
Niente misticismi. Niente luci divine, niente elevazioni spirituali.
È solo cibo e come tale va trattato.
Continua a darvi fastidio o vi fa schifo la cosa?
Bè, ci sta, abbiamo tutti una sensibilità differente. Pensa che io sopporto il tuo culo peloso che esce dai pantaloni mentre mangi la pizza seduto davanti al mio tavolo!

Giratevi dall’altra parte e avanti per la vostra strada.
Per il bene di tutti. Bimbi compresi.

Disciplina dolce, funziona davvero?

La disciplina dolce. Ne avete mai sentito parlare?

Si tratta di una modalità di educazione in cui – cito testualmente – ” vengono accolti e assecondati i bisogni dei bambini sin dal primo giorno”. Si cerca di verbalizzare le emozioni, mantenere la calma sempre e comunque, non urlare, non usare termini negativi come ad esempio “no, non si fa, smettila”, non lodare o non eccedere con le lodi, assecondarne i bisogni senza lasciarsi cadere nel lassismo.

Viene spesso associata al metodo educativo dell’alto contatto ovvero allattamento a richiesta, cosleeping, babywearing… in effetti un metodo da me ampiamente applicato ma al quale ho sempre dato un altro nome: SOPRAVVIVENZA.

Io non sono una mamma che applica la cosiddetta “disciplina dolce”. Mi sono informata a riguardo, ho letto molto, e ho detto: “passo”.
E a tratti non la condivido soprattutto applicata al carattere e alla personalità dei miei figli.
Io strillo se c’è da strillare, sgrido facendo gli occhi brutti, applico il contenimento fisico degno di un buttafuori da club privato se è necessario, e sono bravissima nel lancio della ciabatta.
Minaccio pure.
E faccio quella cosa sbagliatissima del “se fai questo ti do quello”.
Forse mi scappa anche qualche parolaccia, e qualche lode iper entusiasta del tipo “sei il più bravo del mondo”, “ma te lo dicono che sei bellissimo, sì?” “Ma quanto sei sveglio?“ Per poi cadere nel più polite “sei nougthy” quando vedo la confezione di biscotti al cioccolato sbriciolata sul divano che avevo appena pulito e aspirato, perché dire “sei deficiente” mi sembra comunque eccessivo.

Tutte queste emozioni che si ripetono come una ruota durante la giornata richiedono uno sforzo enorme.
La giornata finisce tra baci mozzafiato e abbracci stritolatori, e i miei “non ne posso più, vi vendo”.

Passare la giornata a prendersi cura dei bambini, specie se piccoli e in piena fase di riconoscimento di sè e del mondo che li circonda, è devastante.

Insegnare ai bambini che le persone hanno dei limiti, e che se continui ad arrampicarti sul tavolo e a tirare giu tutti i soprammobili, a lanciare giochi o tentare di otturare il water, io divento la versione cattiva di Crudelia Demon, è sacrosanto. Mamma è fantasticamente imperfetta, si arrabbia, e dà segni di isterismo se determinati comportamenti vengono perpetuati nel tempo, di solito 247 volte in 20 minuti.

Giusto o sbagliato che sia, stanno imparando a capire che per ogni azione bella o brutta, c’é una conseguenza. Imparano che mamma si arrabbia e che condividendo gli stessi spazi ci sono delle regole di convivenza. Ovviamente il tutto ha i limiti collegati all’età!

Ma a fine giornata, quando finalmente dormono, e in casa regna un silenzio tombale e io posso finalmente gustarmi il cornetto gelato che mi aspetta in frizzer senza doverlo dividere, eh….sospiro, e penso a quanto sono fortunata ad avere quelle piccole pesti che mi hanno riempito di coccole tutto il giorno, che preparano la tavola a modo loro e spreparano pure, anche se qualche avanzo di cibo si perde inesorabilmente durante il percorso tavolo-lavandino della cucina.

Mi sembra quasi che si siano addormentati prima che abbia avuto il tempo di dargli quell’ultimo bacio, o prima dell’ultimo “ti voglio bene” della giornata.
E così vado in camera loro in punta dei piedi e quando mi avvicino al letto vedo questo, l’immagine più dolce del mondo. Stanno volando in un mondo dove non posso raggiungerli, dove non posso proteggerli e dove i pensieri viaggiano liberi. Ma loro si tengono per mano e sono al sicuro, dentro quel cerchio d’amore e complicità che a me non è concesso attraversare.

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