Made in Rome, born in Hong Kong

PH Porto Profumato

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Mai decisione fu più azzeccata! Partorire in una città così moderna, cosmopolita ma soprattutto diversa per usi e costumi.

Sono sempre stata serena per questa scelta, un po’ perché era il secondo figlio e sapevo cosa aspettarmi, un po’ perché ho deciso di affidarmi completamente a questa città che da quando mi ha accolto mi ha subito fatto sentire parte di essa.

E anche questa volta non mi ha deluso, anzi! Mi ha regalato un bellissimo bambino e un parto a dir poco perfetto.

Ma come si partorisce ad Hong Kong?

Ho deciso di affidarmi completamente al servizio pubblico sanitario, ciò vuol dire che, una volta effettuata la registrazione del tuo stato di gravidanza presso la Hospital Autority, non devi più fare nulla. Davvero!

Saranno loro a fissarti gli appuntamenti per le visite, il corso preparto, le classi a sostegno dell’allattamento, gli esami clinici, gli incontri post parto, la riabilitazione.

Unica nota che stona è che ti viene assegnato anche l’ospedale dove partorirai a seconda del tuo cluster d’appartenenza, ovvero della zona dove risiedi.

Nonostante i 42 ospedali presenti ad Hong Kong offrano tutti alti standard, avevo cercato un ospedale il più possibile affine alle mie esigenze: promozione del parto naturale, sostegno per l’allattamento al seno, poca medicalizzazione, rooming in.

Fortunatamente, anche se l’ospedale da me scelto non faceva parte del mio distretto di assegnazione, per una serie di motivi medici sono riuscita a farmi seguire proprio da quello che avevo individuato!

Una delle cose che ho apprezzato di più sono state le numerose e precise informazioni. In opuscoli e volantini scrivono tutto ciò che ti può essere utile: dove andare, cosa devi fare, cosa faranno loro, in che modo, con quali tempi, recapiti, hot line emergenze, varie ed eventuali… insomma, non mi sono mai sentita spaesata e sapevo esattamente dove andare o chi incontrare.

Ho fatto molti meno esami rispetto alla gravidanza in Italia, visite di controllo non invasive (usano il metro per misurare le dimensioni del bambino e del pancione…e ci azzeccano!!), non mi hanno mai prescritto integratori, pastiglie o medicinali. Tutti gli esami (sangue, tamponi, ecc.) vengono effettuati durante l’appuntamento senza alcuna prenotazione presso altre strutture e non bisogna andare a ritirare i referti perché sono loro che gestiscono tutta la tua cartella medica. Niente ecografie se non la translucenza nucale e la morfologica. Se scegli di farne altre, vai da un privato.

Per tutti questi esami non ho mai pagato un dollaro. Mai!!!

In generale le donne asiatiche hanno un alto senso del pudore: pancioni mimetizzati e non visibili che contrastavano con le mie super attillate t-shirt.

Questo pudore lo si vive anche durante he visite mediche. La semplice palpazione del pancione o del seno crea un forte imbarazzo.

E così, quando mi vedevano arrivare – tipica western woman “disinibita” – si illuminavano, specie i tirocinanti universitari che potevano finalmente effettuare una visita senza essere mandati fuori dalla stanza.

Anche mio marito veniva “isolato” da una tenda durante la visita (ripeto, non invasiva!). La situazione era comica, ma non mi sono mai permessa di replicare. Quando metti a disposizione il tuo pancione è normale per loro chiedere il permesso prima di toccarlo e, una volta finito, non manca mai l’inchino con un timido “thank you”. Qualsiasi manovra sul tuo corpo viene annunciata e viene sempre chiesto il tuo consenso. Ammetto che ci ho messo poco per abituarmi a questa cosa.

Davvero rispettoso nei nostri confronti, del nostro corpo, della nostra persona.

Altro particolare che ho apprezzato è che tutti (dalla dottoressa all’ostetrica all’infermiera) parlavano esclusivamente in inglese sia con me che tra di loro in modo da non farmi sentire esclusa da nessuna conversazione.

E così, dopo 40 settimane di bellissima attesa, la sera del 14 gennaio iniziano.

All’improvviso, forti e inconfondibili contrazioni.

Rimango a casa tranquilla con mio marito e mio figlio. Gioco con lui, finisco di preparare la borsa (anzi, due inutili borse piene di cose che non ho utilizzato perché l’ospedale – ho scoperto dopo – ti fornisce tutto).

Sono le 19.00.

L’ospedale è a circa 40 minuti di taxi.

Ok, mi avvio…

Il piano è il seguente: vado da sola e una volta fatta la visita e aver capito a che punto sto, mio marito deve solo chiamare la babysitter e raggiungermi.

Non è andata proprio così.

Raggiungo il Queen Mary, famoso ospedale nel cuore di Hong Kong, intorno alle 20.00.

Sbrigo le pratiche di registrazione, mi assegnano un letto, mi cambio in attesa del medico per la visita…

Troppo tardi.

Rompo le acque, di corsa in sala parto e alle 22.37 ho tra le braccia un cucciolo urlante.

Così.

Facile e veloce.

Solo ostetriche con me, gentili ma risolute. Incoraggianti e pazienti. Nessuna anestesia, nessun taglio, nessun punto. Nessuna flebo con fisiologica, nessun ago, nessun monitoraggio insistente.

Solo il rispetto dei tempi giusti e una mano sulla schiena che accompagnava le mie contrazioni.

Ho potuto coccolare subito il mio cucciolo e da solo, come un piccolo ragnetto, si è arrampicato fino al seno. Da quel momento è iniziata la nostra avventura.

Mentre mi perdo negli occhi del mio piccolo miracolo non mi accorgo che le luci si sono abbassate e silenziosamente l’affollata sala parto è diventata deserta e silenziosa. Solo il mio respiro ed il suo e una coperta calda ad avvolgerci come in un abbraccio. Non ho idea di quanto tempo sia passato ma dopo un po’, con lo stesso composto silenzio, tutto il mio fantastico team si avvicina per farmi le congratulazioni per la gestione del parto e self control (davvero non ricordo di averne avuto!) accompagnate da un piccolo applauso. La capo ostetrica timidamente mi chiede scusa perché in alcuni momenti è stata un po’ “rude”. Anche se io direi risoluta, più che rude.

Mi salutano calorosamente e mi chiedono se possono pesare il piccolo e visitarlo.

Niente bagnetto, niente tutine, solo pelle a pelle per tutta la notte.

Mentre mi accompagnano in reparto mi chiedono quando voglio andare a casa. Lo standard è come negli ospedali italiani dopo tre giorni, ma ti viene data la scelta di diminuire o aumentare la degenza.

Ovviamente la mia risposta è: subito!

È così, dopo 24 ore torniamo a casa.

In reparto non ci sono delle vere e proprie stanze, ma open space da circa sei letti, ciascuno dei quali circondato da tende che ti permettono di avere la giusta privacy. Peccato non isolassero dal rumore perché tra rooming in, bimbi piangenti e il via vai di neo mamme in arrivo ad ogni ora, non si riusciva proprio a riposare.

La cosa che più mi ha colpita è stata la quantità – e qualità – del personale: tanto, tantissimo!!! Ostetriche e puericultrici sempre presenti. Ogni vagito di bambino si precipitavano per consigliare la mamma e incentivare l’allattamento, munite di tetta finta e bambolotto per far vedere il giusto attacco.

Non ho fatto file per il pediatra o per il ginecologo perché anche in questo caso è tutto organizzato e vengono direttamente alla tua postazione o a limite ti chiamano per raggiungere la stanza visite.

E le mie ingombranti valigie? Inutili!

L’ospedale fornisce pigiami rosa per le mamme (pantalone più camicia aperta davanti) e i bimbi hanno una specie di vestina bianca (comodissima per il cambio) e copertine rosa.

Tutte uguali. Tutte felici con i nostri bimbi.

Le tende separate non mi hanno permesso di socializzare più di tanto, ma da buona italiana ficcanaso i miei giretti per il reparto a rompere le scatole ad altre mamme con la scusa del carica cellulare o di “quanto pesa il tuo?” o “come si chiama sta polpetta?”, ci sono stati.

Mi sono ritrovata tra mamme cinesi, americane, indiane, australiane ed inglesi e tutte avevamo lo stesso inconfondibile sguardo: innamorato della vita, del dolore, di quell’odore che solo un neonato possiede.

Lo sguardo di una mamma.

 

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