Famiglia Single, la nuova tendenza

Mio papà non è mai stato un gran lettore di storie. Anzi, ricordo che ce le leggeva raramente e credo che la cosa non gli piacesse neanche tanto perché ad un certo punto registrò la sua voce narrante su una musicassetta e la sera, prima di addormentarci, ascoltavamo quella.
Il narratore di storie della mia infanzia è stato mio nonno materno. Lui non solo amava raccontare le storie, ma le recitava, le personalizzava, le inventava e le rendeva talmente reali che la narrazione della Piccola Fiammiferaia diventava una valle di lacrime ogni volta.

Mia mamma si truccava poco, e la sua trousse di trucchi contava una decina di pezzi in tutto.
La vera make up artist era mia zia. Se chiudo gli occhi riesco a sentire ancora il profumo inebriante del blush, vedo i colori sgargianti delle palette di trucchi e il sapore dei lip gloss a pennello. Potevo perderci le ore a chiedere a cosa serviva questo e quello e riuscivo sempre a rimediare una passata di mascara o un puff di cipria.

Il distributore di dolcetti e caramelle era mio nonno paterno. In tasca aveva sempre qualche sfera di zucchero aromatizzata, di quelle che si sciolgono in bocca. Anche mia nonna paterna ci riempiva di dolcetti e ci raccontava di una vecchia signora che abitava dentro la caldaia alla quale poter chiedere le caramelle. Si bussava un paio di volte ed ecco scendere dal cielo i dolcetti! Una vera magia così ben architettata alla quale ho creduto per molti anni. Faceva un pane brioche strepitoso e mai nessuno è più riuscito ad eguagliarne la morbidezza e il gusto di panna.

Ho una famiglia numerosa e per ogni zio e cugino ho un ricordo. C’era chi ci portava al cinema, chi ci regalava dozzine di biglietti per le giostre della sagra del paese, chi ci portava in piscina a giocare, chi era complice di qualche marachella e ci copriva le spalle.


Ora penso alla famiglia che mi sono costruita così lontano da casa.

Io sono la mamma dei miei bambini, ma sono anche la nonna, il nonno, la zia simpatica, lo zio burlone, il cugino complice. Sono quella che racconta le storie (male), che gioca a nascondino e a calcio, che fa i cupcakes, che sgrida e strilla, che consola e fa l’occhiolino. Sono quella che insegna a costruire le cose, a disegnare, che inventa stupidi balletti e che li porta a fare le avventure con gli zainetti in spalla. Sono io che li porto in piscina, alle feste di compleanno, al teatro.
Io sempre io.

In pratica tutti i loro ricordi d’infanzia saranno legati a quell’unica figura monotematica della loro mamma.
E con questo non voglio dire che le altre mamme non fanno tutto questo, ma sicuramente in una famiglia c’è chi è specializzato in qualcosa e lo fa di certo meglio di te (come è giusto che sia). Io mi limito a tamponare la mia mancanza di talento e per adesso me la cavo avendo ancora bambini piccoli. Ne riparleremo quando diventeranno grandi e si renderanno conto che il drago che ora sono così brava a disegnare, in realtà assomiglia a un pollo senza le ali.

La vita di una famiglia expat è così. È dover cambiare mille volti alla “Uno nessuno e centomila” di Pirandello.
È creare bellissimi ricordi collegati a persone che non sono legate a te da nessun tipo di parentela e che molto spesso non hanno neanche la tua cultura, ma che ringrazierò in eterno per l’amore e l’affetto e il tempo che ci stanno regalando.

Immagino che questa è un po’ la vita di chi non ha la famiglia vicino, o di chi cresce i figli da solo. Inoltre ho anche l’inconveniente di sette ore di fuso: se hai bisogno di un consiglio o di una pacca virtuale sulle spalle, la maggior parte delle volte devi rimandare.
Quindi sì, a volte mi sento un po’ esaurita perché mi servirebbe qualcuno che mi desse il cambio o semplicemente che i bimbi venissero in contatto con un altro approccio educativo.
Di sicuro il nostro senso di appartenenza alla famiglia è molto profondo perché possiamo contare solo su di noi. È il motivo per il quale i miei bimbi sono così morbosamente attaccati l’un l’altro, guai a dividerli. E non è il comune sentimento d’affetto fraterno ma qualcos’altro che mi risulta difficile descrivere a parole, lo si può capire solo guardandoli insieme.